5/11/09 – autore: Giadinskj
“Stefano Cucchi aveva 31 anni. E’ morto nel carcere romano di Regina Coeli il 22 ottobre scorso. Viene fermato il 15 ottobre al parco degli Acquedotti di Roma, è morto all’ospedale Sandro Pertini dopo essere passato per gli ambulatori del tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.
Alcune cose non si riescono a immaginare, si leggono sui giornali, ma sono parole che scorrono, perchè probabilmente nella nostra vita non abbiamo mai vissuto e si spera mai vivremo situazioni simili. Eppure basterebbe poco anche solo per avvicinarci a sentire quel dolore che una morte assurda può provocare. Non serve a granché, solo a piangere da soli, in silenzio, perchè questa cosa fa paura e fa paura davvero. La rabbia si scioglie per un dolore che da qualunque parte si guardi è il dolore più grande. Morire da soli, lentamente e con grande sofferenza e perdere un figlio. Non si riesce nemmeno a concepire. Probabilmente perchè sappiamo che potremmo fare qualunque cosa, per proteggerlo, perchè niente è più importante della vita di un figlio per un genitore. Penso ai miei genitori e sono sicura che se morissi loro morirebbero con me. Dentro morirebbero, rimpiangerebbero ogni minuto che non sono potuti stare con me, ogni “no” che mi hanno detto da quando sono nata, rimpiangerebbero quelle foto di quando ero piccola, che sono troppo poche, le volte che ho pianto perchè non mi sentivo capita e tutto quello che non ho potuto fare. E’ solo vita quotidiana, che normalmente scorre, così che nessuna traccia possa diventare ferita. Ma se la vita si ferma, in un attimo si crea un baratro in cui tutto si fossilizza e perdonarsi diventa impossibile. Perdere un figlio da un giorno all’altro. I perchè che rimbombano nel cervello, rivolti a dio o a qualcuno lassù e rivolti alla giustizia. Quel presentimento, quel misto di ansia e incertezza alla notizia del suo ricovero che avevano cercato di scacciare pensando alla solita apprensione da genitori. E il ritrovarsi a combattere con loro stessi, i loro fantasmi interiori e con la giustizia e soprattutto con quel sistema penitenziario e di polizia che mai ha pagato per i suoi errori, per quel cancro che agisce tra il silenzio e l’omertà, nasconde i lividi e le ossa rotte, le urla e le lacrime.
Stefano è stato arrestato per 20 grammi d’erba e 2 di cocaina (pare), processato per direttissima, con la negazione degli arresti domiciliari, e condannato a morte. Si deve essere davvero coraggiosi per ammazzare di botte un ragazzo solo, indifeso, spaventato, disarmato e epilettico. E come lo spieghi ad un genitore che suo figlio è morto così? Che lo Stato ha preso in custodia il suo corpo “socialmente pericoloso”, un corpo sano, compatibilmente con l’epilessia tenuta sotto controllo dai farmaci, e che l’ha restituito cadavere? Semplice, non gli si spiega proprio niente. Gli si dice “il pm ha autorizzato l’autopsia sul corpo di tuo figlio” se non è stupido, capisce che quel figlio rinchiuso in modo assurdo in carcere non c’è più. Quel figlio a cui aveva visto gli occhi neri e il volto gonfio il giorno del processo, quel figlio di cui aveva chiesto notizie per 5 giorni fuori dall’ospedale Pertini, sempre respinto senza nemmeno poter parlare con i medici, senza sapere perchè fosse ricoverato e quale fosse il suo stato di salute. Dovrebbe essere un diritto per un genitore avere queste informazioni. Anzi dovrebbe essere un dovere dello Stato informare la famiglia in apprensione.
Mancavano i permessi. Questi permessi non arrivavano e il quarto giorno finalmente fanno sapere ai genitori che non arrivavano perchè erano loro che li dovevano andare a richiedere al giudice per farli poi ancora confermare al Regina Coeli.
E intanto Stefano moriva, da solo. Quanta paura avrà provato? Quanto avrà pianto, per la sofferenza delle sue ossa rotte, per l’umiliazione, per l’ingiustizia, al pensiero del cuore dei suoi genitori che si spezzava per causa sua? E’ morto lentamente e quello che più mi fa male è che ha avuto tutto il tempo per rendersi conto che stava morendo. Ha chiesto alla volontaria dell’ospedale di dire a sua sorella di prendersi cura del suo cane. Ma non ci credo che volesse morire. Era qualcun altro che ha voluto la sua morte o si è divertito per un po’ a sfogare la sua frustrazione su quel corpo esile. Se (e sottolineo se) ha rifiutato i ricoveri o il cibo è stato perchè lo avevano annullato, svilito, svuotato come uomo. Secondo i referti medici dei vari ospedali e le testimonianze dei genitori, si deduce che sia stato picchiato per più giorni. Probabilmente il non poter reagire, il non potersi difendere mentre gli spezzavano la schiena, ha azzerato la sua dignità e la sua volontà. Eppure, nonostante l’apparente rifiuto di tutto, pare che abbia continuato a prendere le medicine per l’epilessia. Segno che non voleva morire, ma che aspettava che qualcuno lo salvasse. Magari che la sua mamma si prendesse cura di lui. Anche Federico Aldrovandi, mentre veniva massacrato a calci e manganellate chiamava sua mamma. Lo hanno detto alcuni testimoni che quella notte lo hanno sentito urlare. Doveva aver avuto tanta paura, una paura forte e irrazionale che ti fa invocare chi ti ha sempre protetto per quei 18 anni, ma che ora non può arrivare.
Nemmeno i genitori di Stefano sono potuti arrivare, ignari della gravità delle condizioni del figlio. Perchè non hanno detto loro che stava morendo? Perchè non li hanno avvertiti che le sue condizioni erano serie e lui si rifiutava di farsi curare e di mangiare? Perchè dopo averlo ridotto in fin di vita non hanno nemmeno provato a salvarlo? Non ci hanno provato perchè è con totale disinteresse che lo Stato si occupa della salute dei detenuti, perchè credevano che non avesse una famiglia, ma che fosse uno dei tanti su cui non si fanno domande. Certo nessuno avrebbe mai immaginato che proprio questa volta i mezzi di informazione si interessassero della morte di un carcerato e si mettessero a guardare dentro le sbarre. E invece questo era proprio il momento propizio, ora che “le mele marce” cominciano ad essere identificate e messe sotto accusa: i carabinieri che ricattavano Marrazzo, le condanne per l’omicidio di Gabriele Sandri e di Federico. Condanne sicuramente ridicole rispetto all’atto commesso, che dovrebbe essere ancora più grave proprio perchè compiuto da uomini e donne (che spero non abbiano figli) in divisa: 6 anni per Spaccarotella, 3 anni e 6 mesi per Forlani, Segatto, Pontani e Pollastrini (che non solo non hanno fatto un giorno di carcere, ma continuano a lavorare in polizia, quindi ad essere pagati con i nostri soldi). Non che questo cambi le cose. Le pene sono ancora talmente esili e le conseguenze per i responsabili così irrisorie da dare di fatto a chi ha una divisa e una vera e propria licenza di uccidere. Ma forse queste storie serviranno ugualmente. Serviranno a tutti quei genitori che vengono convinti a denunciare i propri figli in nome della giustizia e con la rassicurazione che verranno protetti, dalla droga o da chi li sfrutta. Servirà a convincere i familiari a fare di tutto per tirare fuori da quelle celle i loro cari, senza aspettare ingenuamente che venga pagato il loro debito con la giustizia, a pretendere di constatare di persona il loro stato di salute e a non fidarsi di nessuno, perchè una volta chiusi lì dentro, di loro, non frega più niente a nessuno.
All’indomani della morte di Federico, Heidi Giuliani scrisse a Patrizia Aldrovandi dicendole “scusa se non sono riuscita a salvare Federico“, le stesse parole che oggi lei rivolge a Rita Cucchi “mi dispiace che non abbiamo impedito questo a Stefano“. Dispiace anche a me. Mi dispiace di averne scritto troppo poco sul mio blog, mi dispiace che quello che ho scritto non abbia mai scalfito la coscienza di nessuno, mi dispiace di non essere riuscita a suscitare l’interesse su questi temi mentre riscuote un clamoroso successo il mio post “il principe azzurro”. Mi dispiace per tutte le volte che ho ricopiato gli indirizzi per scrivere a chi era in galera e poi mi sono bloccata perchè non sapevo cosa dire, non sapevo come dirlo in modo da non giudicare nessuno.
Mi dispiace.
Eppure finora nessuno tra chi è stato a contatto con questi ragazzi nelle ultime ore della loro vita o rappresentante di quello Stato che ne ha provocato la morte ha avuto il coraggio di rivolgere queste semplici parole alle famiglie, distrutte dal dolore, o a noi, attoniti e spaventati per quello che succederà ancora non appena si spegneranno le telecamere.”
Giadinskj

Mi sono realmente commosso.
Grazie e spero a presto Jazz…
Ciao Giadinskj,
veramente forte, preciso e commovente quello che hai scritto sulla morte di Cucchi. L’ho appena letto e mi (ti, vi) faccio la domanda: a che livello siamo, nell’Italia di ora, riguardo al rispetto dei Diritti Umani? La risposta sembra poter essere inquietante…
Mi ha fatto anche venire la curiosità e la voglia di leggere il tuo blog…
Grazie per quello che hai scritto. Mi ha colpito.
Spero a presto!
Giovanni
Ciao Giovanni,
se vuoi il mio parere sconsolato ma non rassegnato i Diritti Umani così come la legge non sono uguali per tutti. Non esistono nei carceri, negli ospedali psichiatrici, per gli immigrati e spesso per le donne. In generale esistono solo per chi ha abbastanza soldi e potere per farli rispettare. Purtroppo non tutte le storie hanno la risonanza mediatica di quella di Stefano (chissà per quanto poi), ma ce ne sono talmente tante da far venire la nausea. Ultimo in ordine cronologico il suicidio di un 17enne marocchino nel carcere minorile di Firenze, arrestato per TENTATO furto e sbattuto in cella per 3 mesi fino a che non ne è uscito morto. Tanzi che ha rubato milioni di euro non ha fatto nemmeno la metà dei giorni di carcere di questo ragazzino.
mi fa molto piacere se mi vieni a trovare nel mio blog!
Giadinskj
Ciao Giadinskj,
grazie per la tua risposta…
Sono completamente d’accordo con te, anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca che hai citato e che hanno turbato anche me. Allo stato attuale i Diritti Umani e la Giustizia, secondo me, anche in Italia, vengono troppo spesso calpestati, e troppo spesso nell’indifferenza generale… Ti ammiro per il fatto che tu lavori per portare alla luce e alla coscienza queste storie. Io credo che però le cose possano cambiare, e personalmente lotterò (nel mio piccolo, nel mio quotidiano…) “until my dying breath” perchè questa situazione non sia più accettata e il Diritto, il Rispetto e la Giustizia valgano finalmente PER TUTTI.
P.s.: certo che visiterò il tuo blog!!!
Grazie e a presto!
Con speranza,
Giovanni
Ciao ragazzi…
…beh, “la speranza è l’ultima a morire”, ed il cambiamento deve partire da noi giovani, se vogliamo davvero un mondo migliore.
Trovo che sia un piccolo tormentone per ogni generazione però…ognuno incolpa i “precedenti” per lo stato del mondo che ha ereditato, salvo poi impegnarsi in ogni modo per renderlo ancora peggiore.
Il problema, a mio modo di vedere, sta nel fatto che l’odio è veramente generalizzato e diffuso oggi. Per qualunque motivo, anche per una partita di calcio veramente cretina, si trova il pretesto per mettere mano ad armi di ogni tipo. Si litiga per strada nel traffico, in coda per la spesa, in autobus, ovunque.
Il rispetto dei diritti umani è stato perso con la scomparsa del RISPETTO in generale, perché oggi è davvero difficile che ci sia tolleranza. Ed anche se forse è crudo da dire, tanto meno per un “carcerato”…gli stupidi che si picchiano allo stadio, che discutono per un parcheggio e così dicendo, non sono altro che gli stessi uomini e donne che detengono posti di lavoro qualunque; siamo noi, e facciamo i fornai, gli scrittori, i disoccupati, i secondini…e senza giustificazioni sfoghiamo il nostro odio nel peggiore dei modi, quando ne abbiamo l’occasione, PURTROPPO.
Non fraintendete, il mio non è un tentativo di giustificare, è solo ciò che vedo.
La frenesia dell’epoca ci offusca, perché io non voglio credere nella natura dell’uomo come di un “animale cattivo”.
Ma chi ha sbagliato DEVE essere punito. In ogni campo, in ogni luogo, qualunque sia la sua posizione sociale.
…di anime sensibili ne sono rimaste davvero poche ahimè, e la realtà che è sempre più difficile non le aiuta…ma continuiamo a sperare.
A presto!!!
Il Cantastorie