I Racconti Multimediali – “Zack ed un mondo da salvare”

Il caldo lo opprimeva, i ghiacci si scioglievano, e Zack iniziò a comprendere che la sua permanenza su quella penisola abbandonata avrebbe dovuto, presto, finire.

Per un orso bianco alto più di tre metri e che pesava quasi una tonnellata quella poteva essere una sicura, disastrosa, tragedia.

L’estate era passata da un pezzo ormai, con la sua luce solare e la sua furiosa dissoluzione del freddo, ma l’animale non notava cambiamenti in quel clima sempre più afoso. Le foche scomparivano, le prede si andavano a rifugiare molto lontano dal suo territorio di caccia…e per Zack mangiare diventava sempre più difficile, un vagare continuo per lande che, ahimè, si mostravano sempre meno popolate.

Un tempo l’orso aveva avuto una famiglia. Una meravigliosa femmina che accudiva il loro cucciolo.
Poi il destino glie l’aveva strappata dalle zampe, quando tristemente una piattaforma gelata si era separata dal territorio ove vivevano. E mentre i loro ultimi ruggiti gli stracciavano miseramente il cuore, l’animale aveva seppellito le sue emozioni in un luogo di cui nemmeno ricordava l’esistenza.

Viveva per inerzia, adesso. Trascinando la sua gigantesca massa alla ricerca di qualcosa che pensava non avrebbe mai più ritrovato.

“Grunt!!” brontolò il suo stomaco per ricordargli che aveva bisogno di nutrimento. E come per rispondergli, Zack si tuffò nelle acque gelide per tentare di scoprire se potevano fornirgli qualcosa di cui cibarsi.

Anche quella sera avrebbe trovato la sua cena, una piccola foca isolata che si era smarrita dal grosso del branco. Ma non poteva continuare a mangiare per colpi di fortuna…perché un giorno, probabilmente molto presto, essa sarebbe immancabilmente, finita.

Subito dopo aver riempito lo stomaco l’orso si coricò con tristezza, perché non riusciva a smettere di pensare ai suoi familiari, al suo piccolo, a dove potevano essere in quel momento.
Ogni sera Zack contava le stelle per scoprire se, nel cielo, ne erano nate due che non conosceva: dedicava le ultime ore della giornata a quell’angosciante compito, ma la sua ansia si traduceva in un ronfare scomposto quando, dopo un accurato controllo, l’animale si rendeva conto che nulla era cambiato nel paradiso dei suoi simili.

Un forte scossone svegliò l’orso nel buio e, ancora intontito per quell’inaspettato movimento, Zack si chiese cosa stava succedendo sul suo lastrone di ghiaccio. La notte era molto scura, e rendeva impossibile la vista; ma quel tremare senza sosta riportò all’orso bianco i ricordi della tragedia che, poco tempo prima, gli aveva completamente sconvolto la vita.
Il ghiaccio si stava sciogliendo di nuovo, e la piattaforma sulla quale riposava stava lasciando inevitabilmente la sicurezza della terraferma. Ma Zack non poteva accorgersene perché il buio lo circondava ed abbracciava con la sua densa cortina invisibile. Ed i rumori lo paralizzavano perché l’animale rivedeva, davanti agli occhi, le immagini dei suoi familiari che venivano inghiottiti dall’oceano.

L’orso rimase li, fermo, mentre il tremore continuava ed il movimento gli faceva capire, lentamente, che stava diventando un viaggiatore senza meta. E quando le prime luci dell’alba iniziarono a rischiarare la scena, Zack aprì gli occhi e si guardò intorno scoprendo la tremenda bellezza dell’essere circondato solo ed esclusivamente dall’acqua dell’oceano.

L’animale non poteva sapere né capire cos’era successo; né poteva immaginare che quel disastro, quel continuo cambiamento di un ambiente così puro ed illibato, dipendeva dalla sciagurata azione di un altro essere vivente, di un altro animale che, come lui, respirava e viveva della gioia delle sue emozioni.  Perché non aveva mai sentito parlare dell’uomo. Perché non conosceva la sua capacità di distruggere ciò che di più bello popola il suo universo.

Il lastrone continuò a vagare per diversi giorni, e Zack si trovò in una situazione che lo metteva alle corde fisicamente e psicologicamente. La fame iniziava a farsi sentire, perché l’orso non poteva cacciare in quelle condizioni: se fosse sceso dal pezzo di ghiaccio per immergersi, si sarebbe perso nel freddo dell’oceano. Ed allo stesso modo, quel dirigersi senza meta faceva nascere nella sua mente l’idea che la sua vita era destinata a finire così, senza acuti né false, inutili, speranze.
Solo una sottilissima colonna di fumo nero all’orizzonte lo incuriosiva. Ma pensando che doveva essere un particolare senza nessuna importanza, l’orso non badava minimamente al fatto che la sua piattaforma, fortunatamente, vi si stava avvicinando.

Passarono notti buie, giornate senza senso, momenti che andarono ad indebolire l’animale che si stava, ormai, rassegnando. Zack non teneva più aperti nemmeno gli occhi e si  limitava a respirare da sdraiato, emettendo uno sbuffo di vapore che saliva come una nuvoletta leggera e pronta a pioggerellare.

Intanto il destino preparava per lui una strana serie di colpi di scena, qualche dono per rimediare alle sofferenze che, in passato, l’orso bianco aveva dubito subire.
E tutto ciò si materializzò quando, come in uno strano scherzo, l’animale si vide sbalzare di netto dalla sua postazione immobile e catapultare nelle acque gelide come se fosse, per un attimo, diventato capace di volare.

Il freddo risvegliò i suoi sensi, l’istinto lo fece nuotare e risalire velocemente a galla…e notando che l’aria era molto annebbiata e sporca, Zack mandò due colpi di tosse per l’aver respirato a pieni polmoni quella strana, impura, atmosfera.

L’orso risalì poi sulla sua lastra di ghiaccio…ma quasi svenne nello scoprire che il botto che aveva udito era lo schianto di essa su quella che pareva, di nuovo, la terraferma.

Una struttura si stagliava lontana all’orizzonte, una specie dicaverna dalla quale usciva il fumo nero che l’animale aveva intravisto in lontananza. Ed anche se aveva paura, era debole, e non sapeva se quella che stava vedendo era la realtà o solo un sogno, Zack si incamminò per giungere, il più presto possibile, nelle vicinanze di quello strano rifugio.

Camminando diffidente l’orso si avvicinò lento, e si impaurì più e più volte nell’udire strani rumori che popolavano l’ambiente che gli stava intorno. Rombi come frane devastanti, urla di strani esseri viventi, fischi di mostruosi giganti che si muovevano in lontananza.
Una luce artificiale rendeva quell’ambiente ancora più insolito, ed un caldo afoso era come l’alito di un fuoco di dimensioni mai viste.

La curiosità era troppo forte però, più forte della paura a cui l’animale non riusciva nemmeno pensare.
E immaginando che forse era finito all’inferno, l’orso bianco continuò a macinare passi verso quel luogo davvero incredibile.

Un bipede gli passò davanti, un essere vivente avvolto in una tuta di plastica e con due occhi grossi e neri; Zack tuttavia non lo guardò nemmeno, perché si sentiva come ipnotizzato dal fumo nero che diventava sempre più avvolgente.

Poi l’orso bianco sentì una puntura che lo stese per terra prosciugandogli tutte le forze. E di nuovo cadde in un sonno pesante che lo trasportò in una dimensione molto lontana dalla realtà.

“Papà!!Papà!!Svegliati!!”…le grida del cucciolo che stava sognando riportarono l’animale nuovamente in vita. Delle potenti sbarre di ferro lo ingabbiavano completamente…un forte e succulento odore di carne gli solleticava le narici…e di fronte a lui il suo piccolo e la madre lo guardavano stupefatti tentando di trattenere, a stento, le lacrime.

Un ruggito devastante uscì dalle fauci di Zack, e l’animale si gettò con tutte le sue forze sulle sbarre salvo ricevere un contraccolpo capace di stenderlo all’istante. Senza sentire il dolore l’orso bianco si alzò tuttavia di nuovo, lanciandosi sulla prigione una, due, tre volte, invano…e dopo l’ultimo botta Zack rimase esausto sulla superficie liscia della gabbia.

Riprendendosi, l’animale sentì il suono della voce dei familiari che gli intimavano la calma e lo rassicuravano della loro salute.
Ed anche se era dolorante per i colpi subiti l’orso bianco cavalcò le sue emozioni e si sollevò di nuovo sulle zampe, per avvicinarsi, stavolta pacatamente, alle sbarre che lo tenevano rinchiuso in quel luogo.
Vedere la sua compagna ed il suo piccolo vivi era un’emozione stupenda; trovarseli davanti era un’ondata di felicità che lo travolgeva e faceva rinascere.

Lacrime calde ed intense allagarono il muso e gli occhi dei tre; e mentre sentiva il suo cuore ricomporsi l’orso bianco giurò a se stesso che mai, dopo quel momento, si sarebbe più separato da coloro che erano, realmente, la sua vita.

I minuti passarono commoventi, e per avergli riportato i suoi gioielli Zack ringraziò il destino mille e mille volte.

Da prigioniero del dolore, era passato ad essere prigioniero di una gabbia però. Ed anche se il suo cuore era tornato a battere, l’orso bianco si rendeva conto che la perdita della libertà era una situazione veramente spiacevole.

Ciò nonostante l’animale mangiò tutta la sua carne, pensando a tornare in forze in vista del futuro.
Perché aveva ritrovato la speranza, adesso. Perché aveva ritrovato un motivo per andare avanti.

I giorni successivi passarono lunghi e noiosi, ma i carcerieri mostravano generosità verso i tre orsi, nutrendoli bene e monitorando costantemente le loro condizioni.
Zack sfruttò il tempo per sapere dai suoi familiari cos’era successo, come si erano trovati lì, e da quanto tempo dovevano accontentarsi di quel minuscolo spazio per vivere la loro vita.

Comprese che ogni sforzo per liberarsi era inutile, che il loro destino era nelle mani di quegli strani esseri; e nel sentire che l’esistenza tornava a scivolargli di mano e a valere quanto un granello di sabbia, l’orso si amareggiò per il non avere la possibilità di vivere a pieno la sua gioia.

L’avventura del suo cucciolo e della madre era stata molto simile alla sua…con la corrente artica che li aveva spinti fino ad arenarsi in quel luogo così strano e sperduto. Mancava un colpo di scena adesso, qualcosa che li liberasse da quella insensata ed inconcepibile prigionia.
Ed il fato, ancora una volta, si mostrò benevolo verso colui a cui, in passato, di ferite ne aveva inferte anche troppe.

Un giorno, dopo aver passato una nottata nella quale aveva sentito di dormire più intensamente, Zack si risvegliò in un’atmosfera molto più consona ai suoi bisogni.
Guardandosi intorno vide una distesa di neve gelata e fresca, grandi colline bianche, ed in lontananza una piattaforma di ghiaccio di dimensioni assolutamente immense.
Accanto a lui dormivano i suoi due angeli, e l’orso bianco credette nuovamente di aver terminato la sua corsa; ma di essere andato in paradiso stavolta. In ogni caso aveva con sé ciò che più gli importava al mondo.

Alzandosi poi sulle zampe, leccando e mangiando la neve fresca come panna, l’animale si accorse invece che la realtà li aveva premiati di nuovo. Erano stati addormentati e portati lì nella notte…perché l’uomo non sempre è capace di compiere atti di spregevole e disinteressata crudeltà.

L’inquinamento ambientale aveva rischiato di rovinare l’esistenza dei tre orsi; un piccolo gesto degli esseri umani aveva donato loro di nuovo la vita che si meritavano.

Capendo che tutto era partito dagli uomini Zack sperò che, la volta successiva, essi potessero compiere qualcosa di molto più grande: liberare dal fumo nero quegli ambienti candidi e puri come le nuvole della creazione.

Al momento la cosa era secondaria però…e respirando l’aria di nuovo pulita, il grosso orso bianco si accucciò di nuovo accanto alla compagna che dormiva.
Non l’avrebbe lasciata andare mai più.

Perché mentre il suo cuore era disperso nel vento, aveva imparato quanto dura e triste può essere una vita senza affetti.

Zack

Una risposta a “I Racconti Multimediali – “Zack ed un mondo da salvare””

  1. Giovanni Zecchi

    Ciao Cantastorie!!!

    E’ tanto che non ci sentiamo… Io ho avuto un periodo così intenso che per prendermi un attimo di tempo per fermarmi a riflettere…ho avuto bisogno…di prendermi l’influenza!!!
    Ero anche rimasto indietro nel leggere i tuoi racconti (vedo che tu, invece, hai avuto un periodo particolarmente prolifico!). Mi fa piacere, perché li ho trovati tutti molto interessanti, ricchi di spunti: fanno appunto riflettere, che è quel che mi ci voleva (e forse non solo a me…). Io invece ho avuto un momento di “stand-by”, almeno per lo scrivere: mi è capitato anche in passato, credo sia una cosa naturale. E comunque sento che nuove ispirazioni stanno tornando a visitarmi… Che ci vuoi fare? E’ così che succede, almeno per me…
    Non ho accantonato nemmeno il progetto di vederci una sera, e discutere di persona: penso che sarebbe una bella cosa incontrarci e scambiarci opinioni a 360°. Io sono disponibile…
    Chiudo ringraziandoti come sempre per le magnifiche storie che ci regali, che portano l’immaginazione in questo mondo degli animali che, è vero, alla fine non è che il nostro stesso, troppo spesso bistrattato mondo…

    Sperando di risentirti presto!

    Giovanni

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